In questi giorni di ferie appena trascorse ho fatto una scelta: niente
quotidiani, nemmeno on-line e niente TG.
Nemmeno quello di Sky.
Nemmeno il sito de “Il Fatto quotidiano”.
Nemmeno il giornale al bar all’ora dell’aperitivo.
Nulla.
Black out mediatico.
Quindi mi perdonerete se conosco poco o nulla del divorzio Fini/Berlusconi. Non ve ne avrete troppo a male con
me se non sono a conoscenza della debacle sul clan Tulliani e sono venuta a sapere della morte dell’ex Presidente della Repubblica solo da mia madre.
Lo so che non è giusto, lo so che non serve a niente.
E’ stata una scelta.
Disintossicante.
Distensiva.
Antirughe.
Ma ha funzionato fino a domenica.
Oggi già i benefici effetti del silenzio mediatico si sono esauriti.
E sono ricomparse le prime rughe.
Sia ben chiaro, non ce l’ho col Caimano.
Ce l’ho con chi lo vota e lo rivoterà, perché vuol essere come lui un uomo che si è fatto da
sé.
Ce l’ho con chi vota Lega, così occupato a guardarsi l’uccello da non capire che il diverso è lui.
Ce l’ho con noi italiani, che diamo siffatta immagine di noi all’estero, e ritrovarmi con un turista belga
seduto accanto alla sagra dell’agnello scottadito che mi prende in giro non è bello.
Mi fa rabbia l’opposizione o ciò che ne resta, brandelli di qualcosa che era o poteva essere.
E mi fa rabbia pesare che gli unici barlumi di verità e razionalità provengano da Famiglia Cristiana.
E mi fa eco mio padre,che mi ricorda che “L’Italia non è un paese di sinistra, arrenditi. Se non ce l’ha
fatta Berlinguer che era un grande uomo, come puoi sperare in queste marionette?”
E in che cosa sperare? Nell’emigrazione? Nella Nuova Zelanda? O in una nuova coscienza morale e civile che
questo paese non ha o ha dimenticato friggendo i neuroni al ritmo ossessivo con cui dimenano le chiappe le veline?
Voglio tornare in vacanza. Subito…