Il mio panettiere di fiducia di chiama Alì ed il suo forno sta all’ingresso del Penny Market gestito dalla mia
amica Mara.
Andare a far spesa è diventato per me un rituale, un momento di relax nel trambusto della vita quotidiana e un modo per ridere e far quattro chiacchiere.
Senza dimenticare poi che Alì fa un pane spettacolare, una pizza da urlo e anche come pasticcere se la cava
bene.
Senza parlare del kebab. Già, perché Alì (ammesso che questo sia il suo vero nome e non una semplificazione) è pakistano di nascita e fiorentino d’adozione, impiantato sul Trasimeno un po’ per
caso.
Disquisivamo su come abbia raddoppiato le vendite togliendo l’indicazione pane arabo e sostituendola con
“rosetta”, quando siamo distratti dall’arrivo di un’altra cliente.
Non è una qualunque, ma una specie di Kate Moss dei poveri. Alta, slanciata e con due occhi azzurri da levare il respiro. Se non fossero i suoi vestiti a tradirla, la canottierina, la gonna quasi
zingaresca e le ciabatte di gomma, sembrerebbe appena scesa dalla passerella. Ammutoliamo entrambi.
Tiene per mano tre bambini biondissimi e con i suoi stessi occhi che avranno a scala 5, 6 e 7 anni. Il più
piccolo decide di spalmare la maggior possibile di superficie del suo corpo sul vetro della panetteria, iniziando a fare cerchi per lui altamente coreografici con il fiato. Lei, svelta come una
gatta, prima che nessuno possa dire niente, lo riprende per l’orecchio alzandolo da terra e provocando una grandinata di strilli.
“Signora, non fa nulla!” la richiama Alì.
“No, no. Cattivo!!!” urla lei senza lasciare l’orecchio ma anzi aumentando la forza. E le lacrime del
piccolo.
“No, davvero… basta signora!” mi intrometto io.
Lei mi guarda come fosse davvero una gatta e io un mostro crudele che vuole affogarle i cuccioli: “No!
Lui punito!”
Mentre io sono lì attonita arriva il resto della brigata, composta dal marito e altri due biondissimi pargoli.
Cinque non sono pochi.
Il più piccolo, a cavallo del carrello, assapora un gustoso pacchetto di fazzoletti di carta tra l’indifferenza
dei genitori.
Mentre il bambino urla, non posso che ammirare il marito, perfetto simulacro di un personaggio di Kusturica. In
canottiera, capello bisunto, espressione truce e barba di diversi giorni spinge il carrello con una espressione caprina che lo esilia dal resto del mondo.
Mi faccio da parte e lei compra il pane tirando fuori le monetine da un portafoglio disastrato. Alì esegue e
raccoglie gli spicci.
Questa Famiglia Cuore dei giorni nostri se ne va così, con il piccolo anarchico che trascinato per mano che tira
ancora su col naso incespicando sui suoi stessi piedi.
“Quanti figli…” commenta Alì appoggiato al bancone.
“Perché? Tu e i tuoi compaesani non ne fate così tanti?” rido alzando un sopracciglio.
“Sì. No. Cioè, sì. Ma è diverso. Tu capisci?”
Sì, forse capisco anch’io...